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Il primo conflitto russo-ceceno:
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11 novembre 2003


Il primo conflitto russo-ceceno

Dopo il crollo dell'Unione Sovietica.
Il primo conflitto russo-ceceno: l
a guerra personale di Eltsin

Crolla e si dissolve dunque l'Unione Sovietica e Gorbaciov avvia l'era della "Perestroika" e della "Glasnost". Fu l'unico periodo in tutta la storia della Russia (fatta forse eccezione per alcuni mesi durante la rivoluzione bolscevica all'inizio del secolo scorso) in cui si affacciarono delle concrete possibilità di una reale democratizzazione e di attuare riforme in senso liberale. Un breve periodo che durò qualche anno intorno alla metà degli anni '90.

Nell'aprile del 1990, durante le riforme di Gorbaciov del sistema sovietico, il Soviet Supremo dell'URSS adotta due leggi il cui significato non può essere dimenticato per comprendere il conflitto in corso. Vengono ratificate il 10 aprile 1990 una legge chiamata: "Sulla base delle relazioni economiche tra l'URSS e l'Unione e le Repubbliche Autonome", e poco dopo il 16 aprile: "Sulla divisione dell'autorità tra l'URSS ed i Soggetti Federati." Queste legislazioni contenevano un numero di articoli che cambiavano di fatto radicalmente lo stato delle "repubbliche autonome" e delle "repubbliche dell'Unione" che erano ancora soggetti federali e membri dell'URSS. Con queste legislazioni ambedue condividevano gli stessi diritti e, cosa importante, in particolare il diritto di richiamarsi alla "libera auto-determinazione dei popoli", ovvero alla secessione. La Georgia, l'Ucraina e gli stati baltici erano allora ancora "repubbliche autonome" che, come ben noto, si richiamarono a tale diritto. Il 25 novembre 1990, in un regolare referendum, i ceceni decidono con una schiacciante maggiornaza del 85%, che la repubblica debba diventare indipendente. Dzhokhar Dudaev, il primo presidente Ceceno, dichiara 24 ore dopo unilateralmente la secessione. Questi referendum e dichiarazioni d'indipendenza erano quindi perfettamente legali e legittime sia secondo le leggi sovietiche che quelle internazionali. Il 27 novembre anche il Soviet Supremo ceceno-inguscio adotta la stessa Dichiarazione di Sovranità dello Stato, che significò anche per essa, come per le altre, la secessione dall'Unione.

Pertanto, per comune accordo tra Grozny e Mosca, per il 20 agosto del 1990 era in programma un nuovo trattato di "ratificazione dell'Unione". Ma per ironia della sorte, proprio il giorno prima avvenne il famoso tentativo di colpo di stato a Mosca e che fallì ma proiettò ai vertici del potere Boris Eltsin. A tutte le quindici Repubbliche dell'Unione venne quindi riconosciuta l'autoproclamata indipendenza, come p.es. alla Georgia, la Bielorussia (che non l'aveva neppure chiesta!), l'Ucraina e agli stati baltici, ma non lo stesso avvenne per la Cecenia-Inguscezia. Quando nel dicembre del 1991 si dissolse l'Unione Sovietica, malgrado che la Repubblica Cecena esisteva già da più di un anno come stato sovrano e riconosciuto dal sistema legale dell'URSS, a differenza delle altre entità, non le venne poi più riconosciuto questo "diritto alla libera autodeterminazione."

Infatti, rimangiandosi le promesse fatte contro gli stessi trattati ufficialmente ratificati precedentemente, Mosca incominciò invece a introdurre clausole speciali e a parlare delle cosiddette repubbliche "esterne", ovvero la buccia periferica della federazione Russa come le sole a cui di fatto potesse essere concessa l'autodeterminazione. Le altre, quelle "interne", come p.es. il Daghestan, l'Inguscezia e la Cecenia stessa, condividono il triste destino di trovarsi dentro al fatidico perimetro. Queste ultime avranno il diritto di continuare a chiamarsi solo "repubbliche autonome" e, grazie ad una politica di "federalismo assimmetrico" voluta da Eltsin, ottengono anche un certo grado di sovranità. Ma sempre e solo all'interno di quell'Unione che poi diventerà la Federazione Russa. Quest'ultima distinzione tra repubbliche "esterne" ed "interne", e che in sostanza ha deciso il destino dei vari popoli, era uno dei punti fermi ed inalterabili da cui Eltsin non volle mai recedere. Rappresentava una reazione di una elite politico-militare al decadimento dell'impero, che si pensava e si continua a pensare come solo temporaneo, e che si volle ristabilire a cominciare dalla Cecenia.

L'otto marzo 1992 Eltsin dichiara così lo stato d'emergenza su tutto il territorio Ceceno. Il 12 marzo i ceceni adottano la costituzione della "Repubblica di Ickheria" che proclama la Cecenia uno stato sovrano, libero, democratico e laico. La Federazione Russa, in quanto entità federale come un insieme di stati che volendone volontariamente far parte si aggregheranno firmando un trattato federativo, si formerà soltanto il 30 marzo. La Repubblica di Ickheria non firmerà questo trattato e decide così di non riconoscersi all'interno della Federazione Russa. Una decisione che non farà altro che amplificare le ire di Mosca.

Ma anche Dudaev mostra le sue tendenze autoritarie ed oltranziste (già note dato che si era autoproclamato lui stesso presidente). Uomo poco incline alla moderazione ed alla trattativa, non esita a sfoderare atteggiamenti bellicosi (d'altra parte era un militare di carriera: un generale dell'ex armata rossa, pilota di cacciabombardieri nucleari in Estonia). Proclama la mobilitazione generale e lo stato di guerra. La Georgia solidarizza con la Cecenia e gli offre perfino aiuti militari riconoscendone l'indipendenza. A questo punto i liberali russi costringono Eltsin ad annullare lo stato d'emergenza. La prima battaglia fu vinta da Dudaev.

Le altre repubbliche si guardarono bene dal seguire l'esempio perchè, malgrado i proclami, sono ancora saldamente in mano ad una nomenklatura filo-russa. L'Inguscezia si separa dalla Cecenia e si lascia assorbire dalla Federazione Russa.

Eltsin, pur dovendo fare i conti con i neonati movimenti liberali russi, non esita tuttavia a ritornare alle vecchia strategia, quella di romana tradizione ma anche tipicamente sovietica del "divide et impera": iniziò una azione di destabilizzzazione economica, politica e militare, in gran parte organizzata e attuata dietro alle quinte dai potentissimi servizi segreti. Tutto questo mentre in occidente lo si proclamava il padre fondatore della "democrazia" russa.

Prima di tutto blocca gli aiuti economici e mette in ginocchio l'economia della piccola regione caucasica. Sacrifica in questo modo anche i 290.000 residenti russi in Cecenia che sono costretti ad emigrare. Poi, tramite finanziamenti ed appoggi più o meno occulti, riesce ad organizzare una schiera di politici, parlamentari e autorità cecene filo-russe per fomentare l'opposizione cecena interna. Ma quello che risulterà essere la sua arma più micidiale è l'attività neppure tanto nascosta, di finanziamento ed armamento delle bande, mafie ed organizzazioni criminali cecene che infestano la repubblica secessionista. I servizi segreti lavorano alacremente per creare il caos che dovrà fornire l'alibi per un intervento militare.

Queste operazioni di destabilizzazione avranno un facile gioco in una società come quella cecena che, come abbiamo visto, non è coesa e compatta, ma è già di per se pesantemente minacciata dai propri dissidi interni e dall'esistenza di cosche mafiose e organizzazioni criminali difficilmente controllabili. Nell'aprile del 1993, Dudaev, dopo duri scontri con l'opposizione e le finanze alla bancarotta, fedele al suo stile autoritario ed estremista, dichiara lo stato d'emergenza, decreta il coprifuoco e impone la censura.

Intanto però Eltsin si trova in una situazione simile e risponde anche con gli stessi criteri di Dudaev: quando la Duma (il parlamento russo, tra l'altro presieduto da un ceceno, Ruslan Khasbulatov), il 21 settembre del  1993 si ribella e ne vota la destituzione, Eltsin risponde espugnando a cannonate il parlamento, indice nuove elezioni e, nel dicembre del 1993, fa approvare una nuova costituzione che gli conferisce poteri quasi illimitati. La Repubblica Cecena si rifiuta di firmare anche la nuova costituzione.

La situazione si ribalta dunque improvvisamente a favore di Eltsin. Avendo ridotto la Cecenia allo stremo e conquistato i pieni poteri, l'invasione e la riconquista parevano un gioco fatto. L'11 dicembre 1994, 20.000 uomini appoggiati da forze corazzate e dell'aviazione militare invadono la Cecenia, che di fatto era già uno stato sovrano e indipendente, come la Georgia e gli altri. E' iniziata la prima guerra cecena.

Per riassumere si può dire che la Cecenia fu invasa per mano militare nel 1770, periodicamente sottomessa con epurazioni e deportazioni al giogo degli imperi zaristi prima e quello sovietico poi, e infine venne nuovamente tradita con una recente concessione legale e ufficiale al diritto all'autodeterminazione che fu poi ignorata. Ne segui l'invasione quando sia secondo le leggi russe che quelle internazionali era ormai uno stato sovrano e indipendente. Malgrado questi precedenti storici sia gli osservatori che i governi occidentali, in riferimento al conflitto ceceno, continuano a parlare del "principio dell'integrità territoriale" a cui avrebbe diritto la Federazione Russa.

Ma Eltsin fece male i suoi calcoli. Nonostante la sua schiacciante superiorità militare ed avendo, in nome di una "operazione di polizia", praticamente raso al suolo la capitale Grozny, uccidendo solo nei primi tre mesi 20.000 civili e causando un flusso migratorio di 30.000 profughi verso il Daghestan, la resistenza cecena non si spezza.

Intanto Washington e la comunità Europea davano luce verde alla politica di Eltsin, non solo dichiarando il problema Ceceno un "problema interno alla Federazione Russa", ma anche finanziando indirettamente le operazioni belliche del Cremlino tramite una  donazione del fondo monetario internazionale di ben 6.8 miliardi di dollari. Si stima che grosso modo coincide con la cifra che probabilmente il Cremlino dovette spendere per la prima guerra.

Siamo nel maggio del 1995 e l'ex armata rossa, forte ora di questi nuovi finanziamenti, trasforma una guerra d'invasione in un azione che assomiglia sempre più a quello che molti ritengono dovere definire un "genocidio". Vengono istituiti campi di concentramento, cosiddetti "campi di filtraggio", dove si internano 20.000 ceceni e dove la pratica della tortura e delle esecuzioni sommarie sono all'ordine del giorno. Gli squadroni della morte, tipicamente riconoscibili per il fatto di andare in giro mascherati e senza segni di riconoscimento che possano fare risalire alla loro identità, infestano la Cecenia e terrorizzano la popolazione civile, le fosse comuni si trovano dappertutto e le "sparizioni" di civili non si contano più. Alla fine si conteranno tra le 80.000 e le 100.000 vittime tra i civili (su una popolazione di un milione, cioè il l'8%-10% della popolazione), trecentomila profughi e quasi l'intera repubblica cecena rasa al suolo casa per casa. Tutto questo per riportare "l'ordine costituzionale".


Soldati russi mascherati con la vecchia bandiera sovietica. Foto: Eric Bouvet.

Comunque, sembrava ormai fatta. Nel giugno del 1995 le truppe di Eltsin avevano riconquistato tutta la Cecenia e praticamente sbaragliato la resistenza.

Ma Eltsin aveva dimenticato di introdurre due variabili contrapposte ma importantissime nelle sue equazioni. Il potere della verità che può emergere in un sistema democratico, o anche solo parzialmente libero come erano in quel momento i media russi, e l'effetto emotivo devastante che può avere sull'oppinione pubblica il terrorismo.

La prima guerra cecena, a differenza di quello che vedremo per quella successiva, godeva pur sempre di una certa copertura mediatica. In Russia, al contrario di quello che avverrà sotto il governo di Putin, non si parlava solo ed esclusivamente degli atti di terrorismo ceceni (tipicamente i rapimenti, a volte anche di stranieri e personale della croce rossa) o degli abusi commessi dai guerriglieri ceceni, ma venne anche dato un certo spazio alle atrocità perpetrate dalle truppe russe. Furono mostrate fotografie e reportage sulle fosse comuni, e tutta la popolazione russa poteva rendersi conto di quale distruzione il loro presidente fosse capace per riportare in Cecenia "la pace e l'ordine". I movimenti contro la guerra si moltiplicavano, le critiche a Eltsin da parte dell'opposizione, sia pur indebolita, non mancavano, e gli organi di stampa prendevano sempre più le distanze nel sostenere le scelte del governo. Anche in occidente incominciano a fioccare le critiche. L'allora presidente Clinton e i capi europei che osannarono Eltsin come grande riformatore democratico e liberale, si vedono costretti ad esprimere qualche dubbio sui modi di condurre la guerra cecena di Eltsin. Malgrado che l'operazione militare sia tecnicamente conclusa, Eltsin si trovava dunque in difficoltà davanti ad una oppinione pubblica sempre più nervosa.


Le fosse comuni a Samaski, aprile 1995. Foto: Chris Hunter.

A dare un ulteriore colpo alla sua immagine ci pensò Shamil Basayev, personaggio ormai tristemente famoso per essere stato a capo di innumerevoli attentati terroristici, il più noto dei quali la presa degli ostaggi del teatro di Mosca, il Dubrovka, nell'ottobre del 2002 e nella scuola di Beslan nel settembre del 2004. Ma siamo ancora al 14 giugno del 1995, quando Basayev, che ha appena avuto l'intera famiglia annientata da un bombardamento russo, braccato dalle truppe russe, assieme ad un centinaio di suoi fedelissimi, si rifugia in un ospedale di Budenovsk, nella provincia russa di Stavropol, prendendo in ostaggio un migliaio tra pazienti, medici e infermieri. Aprofittando della situazione che si creò, alzò la posta e non si limitò più ad usare l'ospedale come scudo civile ma chiese il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia.

Eltsin risuci però a dimostrare di non essere da meno. Senza nessuna considerazione per la vita degli ostaggi, prese solo qualche giorno per organizzarsi, e poi ordina un assalto sanguinoso dei cosiddetti "spetznaz", le forze speciali russe. Un intervento di brutalità inaudita che non solo spegnerà le vite di un centinaio di innocenti, ma che in sostanza fallisce. Riescono ad espugnare solo il primo piano dell'ospedale.

Per Eltsin è uno smacco senza pari. La Duma stessa dichiara l'assalto governativo all'ospedale un "atto criminale" e chiede le dimissioni del ministro delle difesa e degli interni, responsabili della pianificazione dell'assalto. Richieste che sarebbero state impossibili nel passato regime sovietico e, come vedremo, anche nell'odierno stato di polizia di Putin.

Si decide dunque di trattare. Dal primo ministro Cernomyrdin, Basayev ottiene il salvacondotto in cambio del rilascio degli ostaggi. Cernomyrdin chiede in cambio a Basayev di rinunciare alla richiesta di ritiro delle truppe russe, ma promette che sarà avviata una seria trattativa di pace per risolvere il conflitto. Basayev accetta a sua volta. Capisce che quello era l'inizio di una umiliante sconfitta e ritirata dell'esercito federale dalle terre cecene. Rilascia gli ostaggi e sparisce nelle foreste delle montagne del Caucaso.

Un governo che, per dimostrare la sua determinazione e forza apparente, rimase ottusamente indisponibile a qualsiasi trattativa con chi gli offriva delle alternative ed una disponibilità di dialogo, dimostrò invece tutta la sua debolezza cedendo invece proprio l'unica volta che forse non avrebbe dovuto: davanti ad estremisti incalliti. Perché Basayev, da allora, si convinse che il terrorismo è la carta da continuare a giocare anche in futuro. E così fece.

Eltsin ne uscì piuttosto malconcio e si vide costretto ad occuparsi di ben altro: rimettere in sesto la sua stessa immagine di fronte all'oppinione pubblica. Iniziarono allora subito le trattative tra i russi e i ceceni il 22 giugno 1995. Ma altri attacchi terroristici e schermaglie più o meno cruente continuarono e bloccarono il processo di pace. In particolare va ricordato una delle poche azioni militari russe "chirurgicamente" ben riuscite quando, nell'aprile del 1996, venne intercettata una telefonata satellitare di Dudaev, le forze federali lanciarono un missile capace di individuarne il segnale. Dudaev venne eliminato e con lui una politica oltranzista e difficile da conciliare con delle trattative di pace.

Poterono così farsi avanti le forze moderate. Primo tra tutti Aslan Maskhadov, il comandante delle forze regolari cecene e Aleksander Lebed, un generale russo in pensione che sempre si oppose all'intervento in Cecenia. Ma tra gli irriducibili rimaneva ancora Eltsin stesso e la sua riluttanza alla trattativa rimaneva una costante. A differenza di Putin, il suo delfino e futuro successore, Eltsin era costretto a fare i conti con un mondo dove i media erano ancora parzialmente liberi, e che documentavano tutti i giorni gli altissimi costi della guerra per tutta la società russa, e dove, ad un presidente come lui spettava presentarsi nuovamente ad elezioni relativamente libere per la fine del luglio del 1996. Ufficialmente si fa allora vedere in pubblico assieme a dei rappresentanti ceceni con cui dovrebbe aprire delle trattative. La sua campagna elettorale era incentrata sulla minaccia che al suo posto ci sarebbe stata la restaurazione del comunismo in Russia e sulla promessa di pace in Cecenia. Argomenti ben centrati dato che convinsero non solo l'elettorato russo che lo riconfermò presidente, ma anche tutto il mondo occidentale. Per quanto riguarda la Cecenia però la verità risultò essere ben diversa: solo una decina di giorni dopo la sua conferma alla carica presidenziale, Eltsin annulla tutti i colloqui di pace e incomincia immediatamente nuove operazioni militari, ordinando perfino la cattura degli stessi con cui aveva trattato poche settimane prima, Maskhadov incluso.

Mentre l'occidente si congratula con il nuovo presidente, si scatena di nuovo l'inferno non solo in Cecenia ma anche a Mosca. Si verificano atti di terrorismo e attentati rimasti assolutamente oscuri e misteriosi fino ad oggi, in particolare una esplosione nella metropolitana moscovita che uccide quattro persone ferendone una dozzina. Nessuno saprà dire se questi attentati, mai rivendicati, fossero veramente di matrice cecena. Sta di fatto che sicuramente riuscirono a indebolire l'opposizione di Eltsin e quella parte del fronte ceceno che era disponibile ad una soluzione politica fornendogli un solido alibi ed una giustificazione per continuare una guerra ormai assai impopolare.

Ma gli eventi ormai stavano volgendo al peggio per la parte russa. Il 6 agosto del 1996, 1500 soldati ceceni sotto i comandi di Maskhadov, riuscirono a liberare Grozny che era pattugliata da 12.000 militari russi. I russi non accettano lo smacco e ritornano alla carica con la tradizionale brutalità. Si riprendono Grozny, ma a costi altissimi e intollerabili: 2.000 civili e oltre 600 militari russi perdono la vita, mentre una incontrollabile marea di 220.000 profughi sfugge alla carneficina.

Il mondo vede il tutto quasi in diretta. Incluso i cittadini russi, a differenza di quanto possono fare oggi. Era la classica "goccia che fece traboccare il vaso". Eltsin dovette accettare la realtà di una sconfitta e si decide finalmente di dare al generale Lebed i pieni poteri per le trattative con Maskahdov. Si giunge così ai famosi accordi di Khasaviurt del 31 agosto 1996.

Pian piano in Cecenia ritorna la pace, le truppe russe si ritirano ma secondo gli accordi lo status formale d'indipendenza della repubblica caucasica, ora chiamata la repubblica di Ichkeria, viene rimandato di cinque anni. Sarà questo punto su cui poi i due fronti cercheranno di fare cardine, ovviamente da fronti opposti.

Ma i fatti mostreranno che si trattò esclusivamente di un riconoscimento momentaneo assolutamente insincero. Le forze russe dovevano riprendersi e riorganizzarsi per rispondere all'umilinate sconfitta che subirono e che non seppero e vollero accettare. Il secondo tentativo di conquista della Cecenia dopo il crollo sovietico verrà passato di mano al capo dei servizi segreti in persona: Vladimir Putin.

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Continua: "Il secondo conflitto russo-ceceno: la guerra personale di Putin"

                                                                                                                                                   




permalink | inviato da il 11/11/2003 alle 17:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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